NE PARLEREMO AL BAR…
direbbe il grande Maccio Capatonda,
e che Dio ce lo conservi…
Più seriamente, però, la verità è che esistono storie difficili,
anche da scrivere, perché la verità spesso ha più di una faccia.
Lo sa bene chi deve raccontare, per mestiere e vocazione,
dei delitti e dei misteri, siano essi grandi o piccoli.
Sspecie in un Paese come l’Italia,
che all’alba del nuovo, strettissimo bavaglio
stretto dalla politica nei confronti dell’informazione
è amaro ricordare ai vertici delle classifiche
sulla stampa “censurata”: magari a suon di querele milionarie,
come quelle sofferte e narrate da Renzo Magosso,
decano dei giornalisti lombardi,
a proposito delle sue inchieste sull’omicidio di Aldo Moro
e su quello del collega e amico Walter Tobagi.
Qui vi linkiamo un articolo, tanto per darvi un’idea:
ma ciò che più preoccupa, al netto e al lordo della vicenda,
è come l’episodio (e la routine, tutta italiana, della denuncia per diffamazione)
costituisca solo un esempio del “freno” posto dalla legislazione italiana
all’editoria e al giornalismo d’inchiesta, di fatto “imbavagliati”
nel loro viaggio tra diritto (e dovere) di cronaca e ricerca della verità.
Fine? No, ovviamente no, perché quell’Ordine che tanti vorrebbero abolire,
ma che invece è bello talvolta riscoprire come fonte di aggiornamento e riflessione,
ci ricorda anche le sue tante Carte deontologiche a tutela di coloro
sui quali scriviamo, affinché in prima pagina ci finiscano i “mostri” veri,
e non quelli inventati dalla fretta, dal poco scrupolo o dall’umanissima fallibilità.
Viviamo a cavallo tra diritti e doveri, insomma, i nostri e quelli altrui,
le rispettive dignità in gioco, spesso sul sottile filo della cronaca in diretta,
e sarebbe sempre bene ricordarselo. Noi ce lo ricordiamo. Epperò…
… epperò il futuro è oscuro. Per la nostra professione,
già minata dalla crisi economica e da un’inevitabile metamorfosi “social”(e),
e anche per la libertà di chi continuerà ad avere l’onere e l’onore di praticarla.
Pure sul web, eh!
Apprendiamo, per esempio, che la Casa della Legalità di Genova
è stata costretta a pagare una multa per alcuni articoli
che avrebbero leso la figura di uno dei personaggi citati anche dalla stampa lodigiana
ai tempi del “caso” sull’ormai ex prefetto di Lodi, Gioffré.
Multa, sì, con annessa rimozione dal web degli articoli sopracitati.
Giusto? Sbagliato? Io non lo so, i giudici evidentemente sì,
ma la domanda sorge spontanea: dovranno forse pagare la medesima multa
i parlamentari che, all’epoca dei fatti, citarono a loro volta il personaggio leso?
Dovranno rimuovere i rispettivi documenti sul caso la Camera e il Senato?
E dovrà pagare la Direzione investigativa antimafia, dalle cui informative
sia la stampa che i parlamentari stessi trassero parte delle loro argomentazioni?
Io non lo so, ancora e un’altra volta ancora,
ma so che mi gira la testa, e che se a decine di anni da alcune delle più efferati stragi
vissute dal Paese non se ne conosce ancora la verità, cosa avremmo dovuto fare,
lungo tutto questo tempo? Dimenticare, come in un infinito letargo, o provare comunque a raccontare?
E con quali limiti, ancora una volta, ai nostri diritti e ai nostri doveri?
Tutto questo avrà anche un che di giusto, poiché di ingiustizie, e vere diffamazioni,
è costellata la ricerca della verità. Ma qualcosa continua a non tornarmi. E non so cosa.
E allora sì, alla fine mi rifugio in Maccio,
e prima di raccontarne un’altra, di novella,
do appuntamento agli amici al bar,
per parlare senza bavagli né paure,
e raccontare che sì, forse “esistono storie che non esistono”…