I DUE VOLTI DELLA(NTI?)MAFIA
… toc toc? scriverebbe il “mio” presidente, Enzo Iacopino,
che per inciso sto leggendo, insieme ad altri, per farmi un’idea
più precisa sulle norme che regolano la diffamazione.
Che per inciso riguarda anche il web, blog annessi,
il che sarebbe un’ottima scusa per spiegare il mio silenzio,
figlio invece della più sincera e pura pigrizia.
A riscuotermi dall’apatia, pochi giorni fa,
ha provveduto l’intervento di Giuseppe Cimarosa,
nipote del “capo dei capi” Matteo Messina Denaro,
che il giovane parente ha pubblicamente “diseredato”.
Una presa di posizione che fa bene al cuore,
che rinfresca l’esempio di un Peppino Impastato,
e che conferma come dal sangue versato da tanti paladini dell’antimafia
sia davvero fiorita una nuova, coraggiosa e limpida generazione di siciliani.
Attenti, però. Non a Cimarosa, per carità,
ma agli eccessivi giubilei, a prescindere.
Ce lo ricorda, fresca fresca, la notizia dell’arresto per tangenti
del presidente della Camera di commercio di Palermo,
precipitato previa mazzetta dall’immagine di paladino dell’antiracket
alla squallida figura del tangentaro come tanti, anzi peggio di tanti,
poiché in una classifica peraltro difficile da validare
fa decisamente più “male” la delusione inferta
da chi sembrava predicare bene, ed ha finito per razzolare male.
La vicenda, peraltro, richiama quella esplosa lo scorso anno
attorno a un’altra icona dell’antimafia, quella Rosy Canale
oggi rinviata a giudizio per truffa e malversazione,
e attenzione, aspettiamo che finisca, questa storia,
prima di dover scrivere un “ribaltone del ribaltone”,
anzi sperando pure di doverlo scrivere.
Ma per ora teniamola lì e basta,
e teniamoci pure il mal di pancia.
Insomma, non se mi sono spiegato,
ma andiamoci piano e attenti, gente,
quando leggiamo e scriviamo di certe faccende.
Perché la verità, nelle storie di mafia e di antimafia,
può avere anche più di un volto, più di una sfumatura,
e necessiterebbe della giusta distanza e freddezza
per essere colta nella sua reale pienezza, senza sorprese.
A tale proposito, vi linko questo articolo
sul quale sono finito due giorni fa per altri motivi.
Lo firma(va, perché è di 27 anni fa) Attilio Bolzoni,
un mito per il sottoscritto.
Tale lo consideravo e tale continuo a considerarlo,
anche dopo aver letto, in un articolo del 1988,
come il nostro, davvero tra i massimi testimoni ed esperti di vicende mafiose,
abbia erroneamente ascritto ai corleonesi uno degli omicidi-chiave
della guerra di mafia degli anni Ottanta, quello di Francesco Madonia,
in realtà commesso da un nemico dei corleonesi stessi, Beppe Di Cristina.
Ma io posso dirlo e scriverlo, venti e più anni dopo,
poiché oggi ho quegli elementi e quegli strumenti che nel 1988,
al bravo giornalista, mancavano,
dalle successive indagini alle parole di pentiti come Antonino Calderone,
che avrebbero poi permesso a Pino Arlacchi e ad altri
non di “riscrivere” la storia, ma di scrivere quella “giusta”.
Pensiamoci e ricordiamocelo, quando ci manca qualche coordinata:
in fondo, alle lunghe attese sulle verità scomode, dovremmo esserci abituati:
o no?